LA PERMANENZA DELL’OGGETTO

6-mesi

Un oggetto, con il quale il bambino sta giocando, una volta nascosto viene ricercato.
Cosa sta succedendo nello sviluppo del bambino?

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PERMANENZA DELL’OGGETTO: DI COSA SI TRATTA

Il bambino che gioca con un oggetto, nei primi mesi di vita, sembra non cercare lo stesso oggetto una volta che questo esce dal campo visivo. Dopo i 6 mesi invece accade qualcosa di magico: un oggetto, con il quale il bambino sta giocando, una volta nascosto viene ricercato. Questa capacità viene definita da Piaget  come permanenza dell’oggetto.

La permanenza dell’oggetto è definita dallo psicologo ginevrino come la capacità cognitiva di un bambino, di riconoscere che un oggetto nascosto continua ad esistere, essa coincide con la capacità cognitiva di poter pensare l’oggetto e quindi di sostituirne l’esperienza con il pensiero.

Questa competenza poco più avanti, permetterà al bambino di fare pensiero delle persone anche se, in quel momento, non fisicamente presenti. 

La permanenza dell’oggetto è molto importante per lo sviluppo del bambino in quanto permette di tenere a mente cose e persone anche se non visibili; l’oggetto appunto permane nel pensiero del bambino che poi non lo vive più come perso se assente ma lo cercherà.

LA PERMANENZA DELL’OGGETTO CON LO SVILUPPO DEL BAMBINO

All’inizio la permanenza dell’oggetto è  vincolata alle azioni che il bambino agisce su di esso, per esempio un bambino intorno ai 6-7 mesi ricercherà con lo sguardo qualcosa che lui ha lanciato. Il bambino a questa età comincia inoltre ad avere una iniziale percezione dell’integrità dell’oggetto quindi potrà ricercare una parte di un oggetto parzialmente nascosto. 

Successivamente a partire dagli 8 mesi la permanenza dell’oggetto si farà più chiara e il bambino inizierà a ricercare oggetti nascosti purché nascosti sotto i suoi occhi; inoltre ricercherà l’oggetto più  facilmente dove è  stato nascosto e trovato la prima volta.

Intorno ai 12 mesi gli oggetti nascosti saranno cercati indipendentemente dalla posizione del primo nascondiglio ma sarà ancora necessario, affinché il bambino trovi l’oggetto, che esso venga nascosto davanti ai suoi occhi, quindi il bambino non è  ancora in grado di ricercare oggetti in seguito a spostamenti invisibili.

Qualche mese dopo, di solito intorno ai 18 mesi , quando si sviluppa nel bambino un’intelligenza rappresentativa, il bambino sarà  in grado di rappresentarsi mentalmente gli oggetti, quindi oggetti ed eventi assenti dal campo percettivo attuale possono essere evocati mentalmente. Come definito da Arace nel libro “Psicologia della prima infanzia”, questo significa che il bambino è  in grado di utilizzare un significante al posto del significato. Una realtà pensata è una realtà  sulla quale non si può agire, ma che si può comunicare ad altri.

Adesso il bambino ricerca un oggetto anche se non ha seguito lo spostamento e la permanenza dell’oggetto si può  definire acquisita totalmente. L’oggetto da semplice “cosa” diventa mezzo di scambio e di comunicazione aprendo un vero dialogo simbolico, a contenuto emozionale.

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P

Cosa dice il Prenatal Tutor ®

BARBARA DURAND

La permanenza oggettuale non si riferisce solo agli oggetti, ma anche alle persone, ed è un processo che impegna circa due anni per compiersi.

In questo periodo nei primi mesi per il bambino sarà come assistere ad uno spettacolo di magia, dove tutto appare e scompare… anche parti del suo corpo, la coda del gatto, il papà, ed anche la mamma, quello che lui non vede semplicemente non esiste più!

Perciò ora puoi comprendere meglio perchè i bambini ci seguono ovunque, anche in bagno, è assolutamente normale!

Non sono bambini ‘appiccicosi’ o viziati, o mammoni… sono semplicemente bambini che non hanno ancora una struttura cognitiva in grado di comprendere che se siamo in bagno continuiamo ad esistere.

E poi? Poi vuol dire che quando mi sento incredibilmente frustrata perché se cambio stanza piange o perché mi segue anche in bagno e che continuo a urlare ‘sono qui’ non basta. Posso pensare semplicemente che il mio piccolo scienziato sta cercando di capire che le cose e appaiono e scompaiono e magicamente ri appaiono, e che la mamma non sparisce per sempre! (O che la sua voce è insieme al suo corpo!)

Riesci a riscoprire la meraviglia del suo processo di crescita e sentire meno la stanchezza?

Lo abbiamo detto, è un processo… ci vuole tempo, e sperimentare fa parte del gioco, giocare è sempre il miglior modo per imparare!

Qualche semplice indicazione per aiutare i vostri bimbi in questo processo:

Giocare al cucù tanto quanto ne ha voglia! E ricorda, più ride più vuol dire che dì quel gioco ha proprio bisogno, prova a divertirti insieme!

Saluta sempre. Non sparire! A volte può essere difficile, ma congedati sempre come si deve!

Sii disponibile a rassicurare, ascoltare e consolare. L’indipendenza forzata si paga!

P

Cosa dice la Psicoterapeuta

CHIARA DEL GIUDICE

Vorrei porre l’attenzione sulla fatica che talvolta può cogliere i genitori a questo proposito.

Come spiegato bene nell’articolo, per i/le bimb* molto piccol*, il mondo esiste solo se è a portata dei loro sensi…tutto il resto è impensabile, semplicemente non c’è.
Solo che per le figure di attaccamento la cosa è maggiormente articolata: per il/la piccin* esse sono un insieme di calore, coccole, odori, suoni, gesti, giochi, sensazioni, emozioni che tipicamente dovrebbero rispondere ai loro bisogni di sicurezza, sopravvivenza e cura. La loro assenza (reale o presunta) o la loro lontananza (sì, a volte anche di un solo metro e sì, anche per i cinque secondi che vi prendete per bere un bicchiere d’acqua) significa assenza di tutto questo e da ciò scaturisce l’angoscia.
Una mamma e un papà riconoscono solitamente molto bene il pianto de* propri* bimb* che li chiama a se’, che li vuole…magari non sa ancora parlare, eppure il messaggio che trasmette arriva forte e chiaro: “ho bisogno di te!”, “stai qui con me!”, “senza di te mi sento perso!!” (“Sì, anche se ti vedo che sei ad un metro da me….ma io ORA ho bisogno di contatto!!!”).
È certamente importante per il genitore saper empatizzare con le emozioni del* figli*, e d’altro canto anche prendersi cura di ciò che queste richieste suscitano in se stess*.
Alcune domande da porsi potrebbero essere:
Come sto quando il/la mi* cucciol* vuole presenza, vicinanza, contatto?
Cosa smuove in me questa richiesta di accudimento, ripetuta nel tempo?
Quali emozioni provo?
Come reagisco il più delle volte?

In alcuni casi, le emozioni presenti in queste circostanze sono molto forti e possono innescare nervosismo, paura, rabbia, sofferenza.
Il genitore che prova disagio in questo frangente non è un genitore sbagliato, ma può essere sovraccarico…semplicemente ed umanamente, stanc*.
Se questi vissuti si presentano soventemente ed in maniera severa, tanto da creare un “cortocircuito” che implica reazioni di insofferenza marcata verso il/la bimb* oltre che di malessere personale è importante rivolgersi ad uno psicoterapeuta.
Chiedere aiuto ad un professionista è un atto di responsabilità e coraggio: chi decide di affrontare le proprie fragilità si prende cura della propria serenità e di quella delle persone che l* circondano.

M

Mam to Mam

Esperienza di Mamma

Confermo di aver utilizzato spesso il gioco del cucù, suggeritomi a sua volta da mia mamma. 

Al “cucù”, noi aggiungiamo “settete” con lo schiocco di un bacino sul viso. Le risate e le espressioni di risposta di mia figlia a questo gioco sono una bellissima soddisfazione e la stanchezza passa subito.

Spesso utilizzo anche un tovagliolo grande, con cui le copro la testa ed il viso, lei piano piano se lo toglie ed una volta tolto completamente scatta di nuovo il ritornello “cucù settete”.

Ultimamente, ad un anno, è lei stessa che gioca a nascondersi e riapparire aspettando che le dica “cucù”.

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