PERDERE UN FIGLI* CON UN ABORTO

gravidanza

Emozioni e vissuti dopo un aborto.
Due donne ci raccontano le loro storie di aborto: uno spontaneo ed il secondo indotto.
Una cosa le accomuna: il dolore.

PERDERE UN FIGLI* CON UN ABORTO

TE NE PARLA

MAM TO MAM

Esperienza di Mamma

INDICE

Mamma 1

  • BUIO
  • ANDARE AVANTI
  • UNA VITA NUOVA

INTERVENGONO

Mamma 1

BUIO

Non c’è proprio più nulla signora, lo avrà espulso con il sanguinamento.

Se non avesse fatto il test di gravidanza, non se ne sarebbe nemmeno accorta.

E’ stata fortunata. Vuol dire che non era compatibile con la vita.
Non sapeva che succede molto spesso, soprattutto nei primi mesi?
Io ne vedo tutti i giorni.
Non perda tempo e ci riprovi“.

Queste parole mi sono state dette dalla mia ginecologa, dalla quale ero corsa spaventatissima dopo un copioso sanguinamento.
Sapevo di essere incinta da poco più di una settimana e lo ero da otto.

Ero entrata in quello studio piangendo, ne sono uscita…boh, non so nemmeno dopo quanto sono uscita da lì. Nel senso, mentalmente.
So solo che qualcosa in me si è rotto nel vivere quella situazione e nel sentire quelle parole… per alcuni mesi c’è stato solo buio.

ANDARE AVANTI

Il giorno dopo ero a lavoro.
Facevo di tutto per non pensarci e mi sembrava di non avere motivi validi per stare male.
Dopotutto stavo bene.
Anzi, ero anche stata fortunata.
Alla fine lo sapevo solo da 9 giorni che aspettavo un bimbo, che vuoi che sia.

E poi diciamolo, io e mio marito avevamo pensato alla possibilità di allargare la famiglia da pochissimo..ci sono persone che ci mettono anni! Di che mi lamento?

E ancora: io me lo sentivo da un pò che ero incinta. Sì, non so dire come e perchè, però ce lo avevo in testa. Sarà stata quella stanchezza surreale o anche la volta che stavo per dare di stomaco perchè ho sentito un odore forte. E non ho fatto niente, perchè boh, ho pensato fossero suggestioni. Ho continuato la mia vita di prima: sushi, aperitivi, sport…forse avevo fatto qualcosa che non andava, avevo sbagliato.

Non riuscivo a concentrarmi.
Non mangiavo più molto, dormivo male.
Ho iniziato a non avere più interesse per le cose, senza sapere perché.

Con mio marito, non riuscivo a parlarne: non è successo nulla, gli dicevo..e lo pensavo davvero.
Ho capito quanto stessi male quando un giorno una mia cara amica mi ha detto che aspettava un* bimb*.
Mi ha detto: “Sono incinta da pochissimo, ma dovevo dirtelo. Non riesco a fare altro che pensarci, sono contenta e ho paura allo stesso tempo”.
L’ho guardata in viso e ho rivisto la me di mesi prima, verde in faccia dalla nausea ma occhi lucidi e cuore colmo di gioia e paura allo stesso tempo. Forse solo allora sono davvero uscita mentalmente dalla stanza della ginecologa, riprendendomi il mio dolore.
Avevo perso il mio bimbo o la mia bimba.

Sì, è vero…ad alcune donne succede mesi dopo, con complicazioni fisiche a peggiorare la situazione. Ma che senso ha fare una classifica del dolore?
Sono riuscita a parlarne con mio marito e ad ascoltare anche lui, a condividere quello che è successo con amici stretti.

Non ho fatto più finta di nulla.

UNA NUOVA VITA

Avevo avuto una grossa influenza, mi sentivo spossata e avevo un ritardo.
“Ma figurati se sono incinta, sarà Covid piuttosto…o sono stressata!” dico a mio marito.
E lui mi propone, prima di fare il tampone, di fare un test di gravidanza, così per sicurezza.
Ed eccoci in bagno, con lo stick rimasto del pacco doppio acquistato per il test di qualche mese prima in mano.

Io convinta che sarebbe stato negativo, guardo il risultato.

Due linee.

Posso dire di aver vissuto la gravidanza in serenità, nonostante la mia esperienza precedente.
Certo, superato il 3° mese mi sono sentita più sollevata, come anche quando ho iniziato a sentire i movimenti della mia bambina.
E ogni tanto mi assaliva la paura di avere delle perdite.

Ovviamente, ho cambiato ginecologa e in realtà per gran parte della gravidanza mi ha seguita un’ostetrica.

Quando ho avuto mia figlia tra le braccia, ho pensato di essermi lasciata tutto alle spalle.

Eppure. Non stavo bene.

Pensavo dentro di me che tutto quello che venisse da mia figlia dovesse essere fantastico (nottate e ragadi incluse) e che io dovessi essere contenta sempre, perchè io e lei stavamo bene..e lei per me era un dono. Ma ero stanca!

Allora ero sbagliata io….e io quel dono non me lo meritavo.

Per me è stato molto utile a questo punto rivolgermi ad un* psicoterapeuta.

La difficoltà a delegare, il bisogno di controllo, il perfezionismo, il giudizio che ho su di me e che sento dagli altri, alcune dinamiche familiari che non coglievo e che mi incastravano sono solo alcuni dei punti su cui ho lavorato.

Sarò franca, c’è molto di me in tutto questo al di là della mia esperienza legata all’aborto spontaneo.

Ma ho potuto fare un percorso così profondo solamente concedendomi di guardare a tutto questo, per poi accettarlo e lasciandolo andare.

Mamma 2

All’inizio non ci credevo quando le amiche mamme mi raccontavano di aver “sentito” il momento in cui sono rimaste incinta. Poi è capitato a me.

Dopo aver fatto l’amore con il mio compagno, dentro di me è successo qualcosa, non so bene dire che cosa, ma ho subito pensato: “eccoci!”

Il mese successivo il ciclo tardava ad arrivare. Dopo solo due giorni di ritardo gli ho chiesto di andare a comprare il test. Io lo sapevo, lo sentivo di avere qualcosa che stava crescendo dentro di me. Eravamo in piena pandemia, prima ondata. Appena saputo avrebbero chiuso tutto mi sono trasferita da lui, nel suo comune, dopo solo due mesi che ci frequentavamo. Il secondo mese di convivenza ha portato a tutto ciò che mi ha segnato davvero la vita in questo periodo “covid”. La mattina che ho fatto il test lui era a lavoro. Non lo volevo con me. Ero spaventata, arrabbiata e non avrei voluto succedesse così. Gli avevo detto di fare attenzione, ma forse è stata colpa mia più che sua. Sono sempre attenta a ciò che faccio, ma questa volta ho abbassato la guardia e ora la responsabilità è doppia. La vita di coppia faceva schifo, sentivo avere accanto a me un estraneo, un superficiale, un egoista. Quando per telefono gli ho comunicato l’esito, che ovviamente era positivo, si è catapultato a casa. Era felice, sorrideva. Io ero sotto shock e l’unica cosa che riuscivo a pensare era: “cosa ho fatto?”

Ne abbiamo discusso, lui lo avrebbe tenuto e si sarebbe preso le sue responsabilità in qualsiasi modo sarebbe potuta andare tra noi. Ha già due figli, è separato. Sa come comportarsi. Lo avrei preso a pugni. Io, io, io…”non posso decidere per te” ha poi aggiunto. Il corpo è il tuo. Dopo queste affermazioni in un momento tanto delicato e per me di dolore ho alimentato la rabbia. Ciò che portavo in grembo non doveva essere il figlio n3 da mantenere. Il bambino che portavo in grembo era nostro figlio. Non mio, non suo, nostro! Mi ha fatto credere di appoggiare la mia decisione di interrompere la gravidanza per poi rinfacciarmi la mia crudeltà il giorno in cui ci siamo lasciati perché aveva altro cui pensare: Altre donne, altre ambizioni, altri progetti di vita che non includevano me. E quindi come avrebbe potuto includere una nuova vita se già non aveva spazio per me nella sua? Tanto dei figli lui li aveva già. Ho deciso di prendermi la responsabilità per me e per la creatura: non volevo nascesse e crescesse in un luogo privo di amore, dove per esistere bisognava trasformasi in qualcosa che non si è solo per il piacere dell’altro. Non volevo sperimentasse l’amore narcisista, di chi mette al mondo figli per la mera: “continuazione della stirpe”. Manco fossimo nel medioevo. Non conoscevo ancora tutto il buio di quella persona, ma mi stavo allontanando sempre di più dal mio essere me stessa. Non riuscivo ad accettare che quel dolore fosse capitato proprio a me. Mi sono fidata della persona sbagliata, ma mi sono soprattutto arrabbiata e sentita in colpa con me stessa per non essermi fidata delle mie di sensazioni e dei miei di desideri. Desidero dei figli, ma non così. Il giorno in cui ho preso la prima pillola abortiva ero da sola. Lui mi ha depositata semplicemente in ospedale per poi riportarmi a casa mia. Sola ancora una volta. Il giorno dell’aborto effettivo la dinamica è stata la stessa e nel tragitto che mi riportava a casa l’unica cosa che ha saputo dirmi è stata: tra un anno ci riproviamo. Mi sentivo spaccata a metà. Ho voluto mettere da parte quella sofferenza, fisica ed emotiva. Ho ripreso la mia vita, a casa mia e lui sempre più distante. Quando ho provato a riaprire l’argomento a distanza di tempo la sua risposta è stata: basta pensarci, ormai è passato. L’ennesimo pugno nello stomaco. Mi vergognavo, non riuscivo a parlarne e cercavo di convincermi di aver fatto la cosa giusta. I dubbi assalgono quando devi prendere una decisione tanto importante, per il tuo futuro e per quello che potresti dare al tuo bambino. Ecco, inizialmente pensavo fosse una scelta egoistica la mia, poi ho capito di aver scelto anche per il suo bene. Non meritava di vivere tutto quello che stavo vivendo io all’interno di quella relazione malata. Non avrei potuto dargli il futuro che immaginavo per noi. Quando ci ripenso oggi ancora tante emozioni si fanno spazio, si contrastano e si alternano. Quella creatura non esiste più dentro di me, mi sono salvata dalla relazione con quell’uomo. Ho cercato di custodire con estrema premura quella mia fragilità e l’aiuto prezioso che con il tempo ho permesso di darmi alle persone a me care. Non esiste più il mio bambino nella mia pancia come un embrione che cresce, ma continua ad esistere come un pensiero delicato che per sempre sentirò di dover custodire.

Non voglio più pensare a tutto come una colpa, ma a come responsabilità che ho avuto il coraggio di prendermi, con tutto ciò che ha potuto comportare.

P

Cosa dice la nostra Psicoterapeuta

LUISA FORCHERIO

Quando una donna si relaziona con la maternità si ritrova sotto i riflettori. Non importa che la contempli, la sfiori, la viva o la rifiuti, ci sarà sempre un plutone di persone pronte a dirle come, cosa, perchè… Quando incontriamo una donna che è o si sente anche mamma, ci sentiamo liberi di sottoporla al nostro pensiero, ai nostri consigli, al nostro giudizio. Questo è dovuto anche al filtro che la società inserisce nei racconti sulla gravidanza, sul parto e sulla maternità: “una favola naturale alla quale siamo tutti chiamati a donare il nostro meglio”. Non è solo questo! Essere incinta, partorire, essere mamma è un viaggio complesso e unico. Naturale sì, ma non semplice oppure privo di ostacoli o dolori.

Che la persona a fianco alla mamma sia un professionista, il partner, un familiare o un conoscente è importante ricordare che oltre a una mamma c’è una persona con le sue complessità.

ELENA BERTINO

Che si tratti di aborto spontaneo o di aborto indotto, sempre di lutto si parla. E siccome di lutto si parla è importante tenere a mente quelle che sono le fasi della sua elaborazione, ricordando che non ci sono tempi prescritti per riuscire a superare il dolore. Ogni trauma (inteso come una rottura, una deviazione nell’abituale modalità di conduzione della propria esistenza) e ogni sofferenza richiedono il proprio tempo di maturazione ed assimilazione. Tante sono le emozioni che si possono alternare e susseguire.

Ogni fase necessita di uno spazio mentale ed emotivo per poter verbalizzare ciò che si prova, potergli dare un nome e fin dove concesso, un senso. La condivisione del proprio vissuto con una rete di sostegno solida può fare la differenza. Il vissuto emotivo è qualcosa di estremamente personale; l’accoglienza, la comprensione e l’abbraccio senza giudizio delle persone a noi care resta sicuramente una delle principali fonti di aiuto per poter attraversare e superare il buio o ancora per potersi ulteriormente sentire legittimati nella decisione presa. Talvolta non è l’evento in sé a risultare “traumatico”, possono esserlo le circostanze; può esserlo il contesto all’interno del quale tutto avviene. Per questo motivo, può succedere di ascoltare racconti di interruzioni non dolorose o traumatiche, ma al contrario liberatorie e sollevanti dal peso.

CHIARA DEL GIUDICE

Aggiungo tre aspetti a quanto detto precedentemente: i primi due riguardano specificatamente le situazioni di aborto spontaneo e interruzione volotaria di gravidanza, ed il terzo l’elaborazione del lutto in una sua accezione più generale.

In tanti articoli, abbiamo scritto e sottolineato quanto la gestazione non sia solamente un fenomeno fisico di sviluppo del feto ma anche mentale: nella mente di chi aspetta, si crea di fatto non solo l’immagine anche molto articolata del* bimb*, ma anche di se’ come genitore.

E infatti, quando nasce il/la piccol* nascono anche i suoi genitori…tra l’altro ad ogni parto, non solo al primo, sempre divers*.

In caso di aborto, non vi è la sola perdita del* bimb* ma anche di una parte di se stess*, della propria identità.

E questo, lo sottolineo, indipendentemente dai mesi di gestazione o dalla natura dell’evento (spontaneo o indotto).

Come secondo aspetto volevo soffermarmi sul fatto che nei nostri commenti abbiamo accostato all’aborto spontaneo ed indotto parole come trauma e lutto. Questo perché, come scrive Elena, essi costituiscono inevitabilmente degli eventi di rottura, una deviazione rispetto a come ci stavamo immaginando di diventare o di continuare ad essere a livello identitario. Le emozioni che ciascun* di noi potrebbe esperire in tali circostanze ricoprono tutto lo spettro emotivo: non si parla pertanto solo di sofferenza, ma anche di emozioni positive

Il terzo aspetto che mi preme portare qui, riguarda l’opportunità di andare in psicoterapia dopo un evento di tale portata ed eventualmente cosa aspettarsi.

Il lutto è un dolore molto intenso legato alla perdita che, come ricordano le mie colleghe, può essere esperito in maniera molto diversa da ciascun* di noi: elaborare un lutto significa riuscire ad accettare ed integrare questa assenza come una delle tante parti della nostra storia. In questo processo, la sofferenza si trasforma e da pervasiva diviene sempre più integrata ed equilibrata rispetto ad uno stato di benessere.

Di solito sono due i motivi che portano le persone a rivolgersi ad un* psicoterapeuta in queste circostanze: per attraversare ed accogliere emozioni molto forti e a volte anche disorientanti, e questo solitamente dopo poco tempo trascorso dall’evento, o nel caso in cui la sofferenza rimanga a livelli estremamente elevati anche trascorso molto tempo dall’evento, come se si fosse rimast* bloccat*.

Lo scopo non è dimenticare o “guarire” o ancora avere una risposta ai mille perché….è dare un proprio senso a ciò che è successo e potersi ritrovare.

P

Cosa dice la nostra Prenatal Tutor®

BARBARA DURAND

Mi occupo di donne in gravidanza e sono anche io una madre che ha perso un figlio durante l’attesa. Ho letto e studiato, ma ho anche vissuto l’esperienza di quel sogno infranto, di una attesa spezzata, di quel senso di vuoto, di solitudine e perdita che porta  perdere un figlio.

Quello che vorrei dire alle donne che ci leggono e che stanno vivendo questo momento è di non permettere a nessuno di sminuire il loro dolore.

Non ha importanza che tu fossi alla 5 settimana, o al quinto mese, che tuo figlio fosse sano o malato, hai perso un figlio.

La perdita perinatale colpisce la coppia nel loro nucleo, nella loro capacità generativa, nel loro progetto esistenziale, non è quindi un evento in alcun modo trascurabile.

La morte perinatale è un evento inatteso, pertanto traumatico, è un evento che si fa indelebile e segnerà per sempre un prima ed un dopo.

Non ha importanza che sia la prima o la quinta gravidanza, non ha importanza avere o meno altri figli, è un lutto e richiede notevoli energie per essere affrontato

Non esistono ricette, cure, soluzioni o frasi magiche per lenire questo dolore.

 Ci vuole tempo, ed il dolore va attraversato.

Quello che posso dirti è prenditelo questo tempo: prenditi dei giorni dal lavoro, prenditi dei giorni dalla famiglia, dagli amici, dagli impegni per stare col tuo dolore. Non è scappando o distraendosi che si guariscono le ferite, è stando nel dolore, accogliendolo, lasciandoci attraversare che possiamo andare oltre.

E per chi legge che magari ha un’amica a cui è successo e non sa cosa dire, cosa fare per aiutarla sottolineo ancora non c’è nulla da dire. C’è da stare, nel qui ed ora. In silenzio magari. Con una presenza emotiva, con la disponibilità all’ascolto, anche di quanto non viene detto.

Non c’è nulla di più complicato che stare accanto ad una persona che sta vivendo un dolore, ancor di più il dolore di una perdita tanto indicibile, basti pensare che la nostra lingua nemmeno ha trovato un sostantivo per definire lo status di chi perde un figlio. Se perdi il partner sei vedovo o vedova, se perdi i genitori sei orfano, se perdi un figlio non c’è parola per dirlo.

La nostra cultura ci ha insegnato a distrarre, minimizzare, offrire soluzioni, quando la  sola cosa che possiamo fare è stare, lì dove l’altro desidera, a quella distanza, o vicinanza che sente benefica.

La nostra cultura occidentale tanatofobica, ancor più verso la morteinfantile, ha la tendenza a respingerla, ed a proiettare immagini e speranze verso il futuro ed i tempi migliori. Negando, senza accorgersene magari, quel legame, quell’affetto che è ciò che rimane a quella coppia di quella relazione vissuta.

Attenzione alle frasi dette con troppa leggerezza nel tentativo di “consolare”…. “ è stata la natura che ha deciso”, “ora avete un angioletto” , “la prossima volta andrà meglio”, “meglio adesso che dopo”… sono macigni, che aggiungono Trauma a trauma. Non ci sono, nemmeno quando prevista o in presenza di fattori di rischio e malattia, motivi per cui razionalizzare la perdita, almeno nel primo periodo.

Se non adeguatamente elaborato un lutto perinatale rappresenta un noto fattore di rischio psicologico e comportamentale anche per le gravidanze successive e per la relazione di attaccamento con il bambino successivo.

Il lutto nel primo trimestre: l’aborto spontaneo è un evento frequente, con cause spesso ignote ed interrompe circa il 15-20% dellle gravidanze ,gli aborti avvengono piu frequentemente tra l’8 e la 12 settimana.

Nonostante avvenga quando ancora il contatto con il bambino è “solo” pensato e fantasticato più che vissuto nell’esperienza corporea, l’impatto che può essere assolutamente traumatico.

L’aborto spontaneo nel primo trimetre è caratterizato da stupore, (ma davvero sta succedendo a me?), da paura ( ed ora che succederà?) ed al senso di indegnità e colpa (non sono stata capace di portare avanti la gravidanza, di tenerlo).

Nel nostro paese non c’è cultura rispetto al fatto che questo sia un evento luttuoso, la donna viene rimandata a casa dopo la diagnosi o l’intervento priva di indicazioni rispetto alla gestione psicologica ed emotiva. Recenti studi e linee guida tra cui quelle del  ROCG (Royal college of obstetric and Gynecologist) consigliano un minimo di cinque incontri di counseling per la donna, allo scopo di aiutarla a gestire l’impatto che questo evento ha riducendo il rischio di sviluppare psicopatologia.

Nell’aborto spontaneo spesso si associa al sentimento di perdita un vissuto di perdita di una funzione fisica, la capacità proceratrice.

Ci tengo a sottolineare che l’esperienza di perdita ha un impatto DIVERSO in ogni donna, che non dipende dall’entità della perdita ma da come la perdita si inserisce nella vita di quella persona.

Dare parole al lutto anche per un aborto precoce è un passaggio necessario per l’elaborazione.

L’aborto volontario e l’aborto terapeutico richiedono una profonda capacità di privarsi delle categorie con cui siamo soliti guardare e giudicare i fatti. Bisogna fare attenzione a non cadere in pregiudizi, in nessun senso, e questo è l’unico modo che ci permette sintonizzarci ai reali vissuti delle donne che vivono queste esperienze.

La morte in utero è un evento drammatico che colpisce la coppia nella seconda metà della gravidanza e nel 50% circa dei casi senza cause precise.

Nel nostro paese un bambino nato morto è un vero e proprio tabù.

La morte in utero sopraggiunge quando ormai la coppia ha lasciato alle spalle le angosce di perdita del primo trimestre,della morfologica, si sentono  ormai genitori e non solo coppia “in attesa” e quindi li coglie i preparati ed in un momento di particolare vulnerabilità psichica quando nella mente ha fatto già spazio al figlio che stava per arrivare.

Spesso questo shock impedisce per molte settimane, o mesi, di relazionarsi con l’avvenuto lutto, percepirlo come reale  e razionalizzare.

Nessun genitore, anche quando sia stato già informato di patologie del bambino, riesce a soffermarsi consapevolmente sulla concreta possibilità della morte del proprio figlio.

I genitori reagiscono al lutto perinatale in vari modi, in qualsiasi momento accada e per qualsiasi  motivo non va sminuito il loro dolore.

Vorrei indicare una risorsa preziosa per tutti, c’è una associazione in Italia che si occupa di lutto perinatale ed è CiaoLapo  trovate molte informazioni e supporto, sia che sia per voi o per qualcun* che conoscete, a livello internazionale invece c’è l’International Stillbirth Alliance.

Ogni professionista di True story Mam esprime il proprio punto di vista, ma la coppia mamma-bambino è unica. Mamme fate le giuste considerazioni, non siete mai inadeguate.

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